Un pomeriggio di letture con….

Cosa c’è di meglio in questi freddi pomeriggi autunnali se non arrotolarsi in una coperta, stendersi sul divano, avere una tisana calda tra le mani e una pila di libri al tuo fianco pronti per esser sfogliati?

Lo so che da ambientalista dovrei passare agli ebook, ma proprio non ci riesco. Non riesco ad immaginare le mie librerie traboccanti di libri… vuote, leggere senza odorare, sfogliare sentendo sotto ai polpastrelli il freddo del vetro e del metallo. Scusate ma NO. Ovviamente cerco di comprare edizioni stampate su carta riciclata, anche se purtroppo non sempre è facile reperirle (le case editrici dovrebbero puntare su questo). Ma “bando alle ciance”, mi è sempre piaciuta questa espressione, volete sapere quale autore mi sta facendo compagnia oggi? È

virginiawoolfVirginia Woolf

Non starò qui a sciorinarvi la sua biografia, o elencarvi la sua bibliografia completa, in quanto credo che il miglior modo per conoscerla sia leggere le sue parole, vedere i suoi pensieri attraverso i caratteri che convenzionalmente chiamiamo lettere; ed è per questo motivo che oggi voglio condividere con voi una pagina, la apro a caso, vediamo un pò cosa esce:

Poteva essere se stessa, starsene per conto suo. Ed era proprio questa la cosa di cui in quel periodo sentiva spesso il bisogno: pensare, o meglio, neppure pensare. Starsene in silenzio; starsene da sola. Tutto l’essere e il fare, espansivi, luccicanti, vocali, svanivano; e ci si ripiegava,con un senso di solennità, a essere se stessi, un nucleo cuneiforme di oscurità, qualcosa di invisibile agli altri. Sebbene continuasse a lavorare a maglia e a star seduta dritta, era così che si sentiva; e questo suo io, essendosi liberato da ogni legame, era libero di compiere le più strane avventure. Quando la vita si inabissava per un attimo, il campo delle esperienze sembrava illimitato. Ed era comune a tutti questo senso di risorse illimitate, immaginava; uno dopo l’altro, lei, Lily, Augustus Carmichael, dovevano sentire che le apparenze, le cose per le quali gli altri ci riconoscono, sono semplicemente puerili. Al di sotto è tutto buio, è estensione, è profondità incommensurabile; ma di tanto in tanto risaliamo alla superficie e questo è quello che gli altri vedono di noi. Il suo orizzonte le sembrò illimitato. C’erano tanti posti che non aveva visto; le pianure dell’India; si vide nell’atto di tirare una pesante tenda di cuoio di una chiesa romana. Questo nucleo d’oscurità poteva andare dappertutto, perché nessuno lo vedeva. Non potevano fermarlo, pensò, esultando. C’era libertà, c’era pace, c’era, cosa più gradita delle altre, raccoglimento, riposo su una piattaforma di stabilità. Non come se stessi si trovava riposo, lo sapeva per esperienza (e qui eseguì i alcune maglie difficili con i ferri), ma come un cuneo di oscurità. Perdendo la personalità, si perdeva l’ansia, la fretta, l’inquietudine; e le veniva sempre alle labbra qualche esclamazione di trionfo sulla vita quando le cose si raccoglievano in questa pace, in questo riposo, in questa eternità; e fermandosi, guardò in direzione di quel raggio del Faro, quello lungo e fisso, l’ultimo dei tre, che era il suo raggio. Spesso si ritrovava lì, seduta a guardare, seduta a guardare, con il lavoro in mano, finché non diveniva la cosa guardata – quella luce, ad esempio. (Gita al Faro)

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Ho sempre amato questa scrittrice inglese, molto spesso mi ci immedesimavo completamente tante le affinità di pensiero ed introspezione che ci accomunano.

Vorrei lasciarvi con un consiglio: leggete questa sua frase e meditate.

« Chi mai potrà misurare il fervore e la violenza del cuore di un poeta quando rimane preso e intrappolato in un corpo di donna?» (Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé, 1929)

[Le foto della scrittrice sono state reperite tramite google]

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