papa elefante portogallo

“Fare il portoghese”, il falso storico e l’elefante che visse in Vaticano

Spesso gli italiani scherzano col modo di dire “fare il portoghese” pensando, erroneamente di riferirsi a persone che (furbe) non pagano qualcosa. In realtà, sbagliano. Volete sapere la vera storia di questa espressione? Vi lascerà basiti e forse imbarazzati se l’avete usata spesso.

papa elefante portogallo

La vera storia

La storia di questa espressione rimonta a circa 500 anni fa durante il periodo delle scoperte marittime, grazie alle quali in Portogallo e di conseguenza in tutta Europa arrivavano spezie, oro, perle, legno, pietre preziose e animali esotici.

Per impressionate il nuovo Papa dell’epoca, Leone X (Pietro Giovanni di Lorenzo de’ Medici), il re portoghese D. Manuel I (sì quello dello stile manuelino in Portogallo) invia, nel 1513, un’ambasciata con diverse offerte tra le quali gioielli e il famoso elefante coperto da velluto che trasportava un forziere sul dorso.

quadro raffaello di leone X
Quadro di Raffaello che ritrae il papa Leone X e i due nipoti

Il corteo portoghese di un centinaio di persone arriva a Roma il 12 marzo del 1514 e il Papa li riceve il 20 marzo al Castel Sant’Angelo. Quando Annone (nome dell’elefante) arriva dinanzi il trono papale si inginocchia tre volte strofinando la proboscide sulle pantofole del Papa e poi prende dell’acqua da un secchio e la spruzza su tutti, cardinali, Papa e popolo presente compresi.

elefante di Tim Flach fotografo britannico “More Than Human”.
Foto: Tim Flach “More Than Human”

Nella sua lettera di ringraziamento il Papa scrive che l’elefante risveglia ricordi provenienti da un passato antico, quando la vista di animali del genere era frequente in questa città”.

A differenza di come lo dipingono e disegnano, Hanno o Annone (il nome dell’elefante, battezzato con questo nome in onore del generale cartaginese) era un piccolo e albino elefante di quattro anni, ben ammaestrato, proveninete da Ceylon, l’attuale Sri Lanka, che divenne subito la mascote del Papa.

elefante annone in vaticano

Fece costruire una stalla nel giardino del Belvedere in Vaticano e poi lo spostò nel Rione Borgo Sant’Angelo (tra la Basilica di San Pietro e il Palazzo Apostolico).

L’elefante era accompagnato da un addestratore indiano. Divenne il protagonista di tutte le feste e di tutte le processioni. Sapevate che il suo mantenimento costava cento ducati l’anno? Una bella cifra per l’epoca.

Il poeta Pasquale Malaspina scrisse:

«Nel Belvedere prima del grande Pastore
Venne condotto l’addestrato elefante
che danzava con tanta grazia e tanto amore
che difficilmente un uomo avrebbe potuto ballare meglio»

patio Belvedere del Palazzo Apostolico (dei musei vaticani)

Il Papa chiese a Raffaello Sanzio di eseguire un dipinto, purtroppo andato perduto, ma restano gli schizzi che l’artista aveva realizzato in precedenza quando andava ad ammirare il grazioso pachiderma.

elefante portoghese disegnato da raffaello
Annone in uno schizzo di Raffaello Sanzio

Morì due anni dopo di angina e lo stesso papa scrisse il suo epitaffio e, per suo ordine, la sepoltura sarebbe avvenuta nel patio Belvedere del Palazzo Apostolico (dei Musei Vaticani).

Il luogo della sepoltura ebbe anhe una lapide incisa da Raffaello, che però andò in seguito distrutta. Durante i lavori di posa di cavi elettrici furono trovate le sue ossa, era il 1962.

Sotto questa grande collina giaccio sepolto
Potente elefante che il re Manuel

Avendo conquistato l’Oriente
Inviò a Papa Leone X

Dove stupì il popolo romano,
Una bestia non vista da molto tempo.

Nel mio vasto petto percepirono sentimenti umani.
Il Destino mi mandò alla mia residenza nel benedetto Lazio

E non ebbe la pazienza di lasciarmi servire il mio signore per tre anni completi.
Ma desidero, o dèi, che il tempo che la Natura mi ha assegnato

e che il Destino mi ha strappato
Lo aggiungiate alla vita del grande Leone.

Ho vissuto sette anni
Sono morto di angina
Ho misurato dodici palmi di altezza

Giovanni Battista Branconio dell’Aquila
Ciambellano privato del Papa
E preposto alla custodia dell’elefante,

Ha eretto questo nel 1516, l’8 giugno,
Nel quarto anno del pontificato di Leone X.

Quello che la Natura ha strappato,
Raffaello da Urbino con la sua arte ha restaurato.

L’elefante Annone nell’arte

L’elefante e la sua storia sono stati immortalati sia nella pittura che nella scultura dell’epoca. Oltre agli schizzi di Raffaello Sanzio, ricordiamo i disegni di Francisco d’Ollanda che, tra il 1539 e il 1540, lo riprodusse sul suo quaderno e poi realizzato all’entrata del palazzo vaticano

Giulio Romano, studi di elefante.

Non possiamo non citare inoltre la fontana nel giardino pensile di palazzo Madama, realizzata nel 1520 da Giovanni di Udine e chiamata per l’appunto Fontana dell’Elefante.

elefante portoghese arte italiana

Per non parlare poi delle Stanze di Raffaello, nei Musei Vaticani, a destra della Sala della Segnatura si può vedere un’immagine di Annone realizzata, partendo dai disegni di Raffaello, da fra’ Giovanni da Verona, il più grande ebanista dell’epoca oppure da Giovanni Barili, ebanista senese che fu uno dei più stretti collaboratori di Raffaello. 

Copia cinquecentesca dell’intarsio con Baraballo sul’elefante Annone sulla porta della Stanza della Segnatura.

Ricordiamo anche le varie citazioni nelle opere letterarie come i versi del poeta Pietro Aretino, che ne fece argomento della sua commedia satirica “Le ultime volontà e testamento di Annone, l’elefante”.

Concluderei con l’opera forse più famosa, l’elefantino in Pizza della Minerva a Roma realizzato dal Bernini. L’elefantino e l’obelisco di granito rosa proveniente dal vicino tempio di Iside, furono eretti nella piazza nel 1667 su disegno di Gian Lorenzo Bernini. Una commissione di Papa Alessandro VII.

L’artista eseguì 10 diversi progetti per il monumento, tre dei quali, da lui firmati, sono conservati nella Biblioteca Apostolica Vaticana.

Il modello al quale si ispirò il Bernini  fu una stampa dall’Hypnerotomachia del Polifilo che raffigurava un elefante con l’obelisco sormontato dalla palla. Ancora una volta la storia del mitico elefante Annone.

roma bernini elefante portoghese

“fare il portoghese” e un elefante?

Voi ora potreste chiedermi, ma cosa c’entra l’elefante con l’espressione “fare il portoghese”? Un po’ di pazienza, il racconto continua.

Il Papa Leone X fu talmente colpito dai doni che ricevette dal re Dom Manuel che emise una legge che consentiva ai portoghesi di non pagare a teatro, nei ristoranti, nelle locande ed altro ancora. Grande privilegio che subito fu accolto di mal grado dai romani che si finsero portoghesi per beneficiare degli stessi privilegi.

Celebre la frase “oste io nun te pago gnente/ che so’ portoghese, nun se sente?” (immaginate l’accento romano). Come potete facilmente dedurre, dopo un mese alla tesoreria papale arrivarono conti astronomici che il Papa dovette pagare. Poi annullò il decreto, per ovvie ragioni.

Questa è stata la nascita del modo di dire “non fare il portoghese”, ovvero, “non fingere di essere un portoghese“. Ora che conoscete la vera storia mi raccomando all’uso dell’espressione “fare il portoghese“. Diffondete!

Se conoscete altre raffigurazioni dell’elefante nell’arte scrivetele nei commenti in basso, sarò lieta di inserirle nell’articolo. Ora non mi resta che slutarvi e darvi appuntamento per un prossimo articolo sul Portogallo.

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7 commenti

  1. L'OrsaNelCarro Travel Blog

    Azz, quindi la versione corretta è “non fare il romano” altro che portoghese! 😛 I genovesi (non me ne vogliano) je spicciano casa ai romani hahahhahah! 😀 Interessante la storia di Annone, non la conoscevo, commovente il ritrovamento delle ossa in occasione della posa dei cavi elettrici. Spero che ora la sua sepoltura sia ben segnalata e omaggiata. Diffondo subito!

  2. Silvia The Food Traveler

    Una storia che non conoscevo, nemmeno per sentito dire ed è sempre bello leggere dell’affetto che si instaura tra una persona e un animale (anche se si tratta di un animale “domestico” insolito).
    Curiosa l’origine del modo di dire “non fare il portoghese”: io pensavo proprio che volesse dire qualcosa del tipo “non fare lo scroccone”. Qui dalle mie parti c’è un modo di dire del quale non saprei spiegare le origini: quando si tratta di pagare il conto e qualcuno si lamenta del prezzo, gli si dice qualcosa del tipo: “Come sei verde!” che deriva da un modo di dire piemontese “verde come una pianta di gaggìa” che significa essere tirchi – ma il nesso non l’ho mai capito. Dovrei indagare!

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